stagione 2009|2010 > 20|31 gennaio,Compagnia Laboratorio di Pontedera
 

20 | 31 gennaio 2010, ore 20 (escluso lun 25)
COMPAGNIA LABORATORIO DI PONTEDERA
MUTANDO RIPOSA

con Savino Paparella e Tazio Torrini

regia Roberto Bacci
drammaturgia Stefano Geraci

musiche e composizione del suono Ares Tavolazzi

assistenti alla regia Annalisa D'Amato, Debora Mattiello, Francesco Puleo
scenografie e costumi Marcio Medina
assistente scenografie e costumi Annalisa Galli
realizzazione costumi Novaes
pitture di scena Sergio Seghettini
collaborazione pitture di scena Maria Cristina Chierici e Grazia Natan
luci Marcello D'Agostino
direzione tecnica Sergio Zagaglia
allestimenti Stefano Franzoni e Giovanni Berti
foto Enzo Cei

produzione Fondazione Pontedera Teatro 2009

si ringraziano Giordano Acquaviva, Daniela Antonacci, Mino Gabriele, Lorenzo Scarpelli, Luigi Lombardi Vallauri, Stefano Vallauri

 

MUTANDO RIPOSA
In un continuo mutare, riposiamo in irrequieta attesa


Mutando Riposa - che prende il titolo da un frammento di Eraclito - è uno di quegli spettacoli che nascono quasi " loro malgrado" , che possono lievitare nella direzione di una loro organicità, di un loro senso, oppure restare frammenti staccati senza riuscire a diventare un'opera compiuta. Lo stimolo iniziale è nato da una indagine sull'origine della coscienza nell'essere umano. Libri, viaggi e incontri con esperti ci hanno offerto suggestioni vivificanti per produrre materiali scenici. Cominciato il lavoro in sala, lentamente le domande iniziali hanno preso la forma di azioni teatrali. Così si è andato configurando un contesto narrativo in grado di offrire l'idea dello spazio e della possibile relazione con gli spettatori. Ci siamo resi conto che non stava nascendo un'opera come le altre. Tutto il lavoro aveva bisogno di essere prodotto e presentato attraverso una relazione intima e raccolta con chi vi avrebbe assistito. Da qui la necessità di accogliere solo venti persone distribuite sui quattro lati di uno spazio quadrato, chiuso in alto da un cielo stellato. Uno spazio che ci facesse sentire in un giardino. Ora avevamo un contesto in cui le azioni potevano "reagire" raccontando una possibile storia. Mentre la struttura delle azioni fisiche si andava completando, abbiamo chiesto agli attori di improvvisare un dialogo a partire dalla loro relazione fisica. Successivamente lo abbiamo intrecciato e modificato attraverso testi in grado di arricchire la trama delle azioni di altri possibili temi e significati, senza tuttavia lasciare che le parole deviassero dall'oggettività della relazione fisica dei personaggi.
La costruzione definitiva dello spazio, dei costumi e degli oggetti, la scelta delle musiche e delle luci da utilizzare sono emerse dal "dialogo" con un corpo già solido e coerente.
Se rivedo, oggi, tutto questo lavoro mi rendo conto che il tema da cui eravamo partiti è scivolato via via sullo sfondo, senza tuttavia scomparire, mentre altri affioravano alla superficie, attratti dal farsi del lavoro stesso.
Due uomini (due fratelli?) si trovano in un giardino distrutto da una tempesta. L'uno, vissuto sempre nella grande casa adiacente, vi entra per la prima volta; l'altro, che ne ha accudito e sorvegliato la natura e la storia come un giardiniere, guida l'altro a visitarlo.
Gli alberi, come antenati rinsecchiti dal tempo, sono i testimoni di questa visita che ha i colori ed i sapori di una fiaba rusticana. La domanda che ci accompagna come protagonisti e come spettatori nel viaggio in questo giardino delle origini, è quella che ci facciamo attraversando quello, non sempre fiorito, della nostra vita. L'incontro con la morte ci fa supporre l'esistenza di un altro luogo in cui poter continuare. Ma dove? E, perché? Mutando, attimo dopo attimo, nel corso di questa esistenza, riposiamo in una irrequieta attesa di un "oltre" a noi sconosciuto. Roberto Bacci


Una favola rusticana
Mutando riposa, opera da camera per due attori, è il piccolo recinto in cui abbiamo innestato l'artigianato teatrale, a lungo cresciuto e coltivato negli anni passati dalla Compagnia Laboratorio, con alcuni materiali e temi di lavoro che sono rimasti ai margini, esclusi, accennati nella penombra degli spettacoli precedenti. Ciascuno di loro inevitabilmente si portava appresso domande ricorrenti e ipotesi, ma anche l'insolente faccia della familiarità. Così nel corso del lavoro abbiamo cercato una concreta dismisura per alimentare il nostro provvisorio spaesamento.
Dismisura tra gli ampi spazi ora a disposizione nel nuovo Teatro Era e l'intimo grembo entro cui era lo spettacolo nato; dismisura tra la domande che abbiamo rivolto ai nostri ospiti, studiosi e scienziati- quando e come si poteva parlare di "coscienza"- e quelle schegge rimaste poi infilzate nel corpo delle azioni teatrali che andavamo realizzando.
Dismisura, infine, tra la forza centrifuga dei materiali elaborati e la semplicità della favola entro cui abbiamo iniziato a raccoglierli.
Una "favola rusticana" l'abbiamo chiamata nel gergo di lavoro. Favola, non storia.
Qualcuno, qualcos'altro, ce l'aveva lasciata. Al termine di ogni ciclo di prove abbiamo interrogato i reperti abbandonati sul pavimento della sala: rami spezzati, mele, sedie sghembe, un telo variopinto;
abbiamo riascoltato gli echi delle storie raccontate dai nostri ospiti e quelli provocati dall'accanimento,
brutale e leggero insieme, con cui Tazio e Savino davano forma e vita al ricamo delle azioni, alle canzoni solitarie, alle sprezzature e alla solidarietà di un legame tra attori contagiati da personaggi fantasma da cui si sono e ci siamo lasciati guidare, accettandone i suggerimenti.
Queste tracce ci dicevano di un legame antico, ripescato da abitudini e voci dimenticate, di minuscole
rovine personali, serbate per pudore,ed esposte poi con spavalderia a noi che ne seguivamo i passi.
E quella rovinosa, malcapitata tempesta in un giardino o in un campo, che si era imposta come mossa di apertura del nostro "shanghai" teatrale ,aveva poi inaugurato il tempo di questa favola: si narra, si racconta, o solo si dice, senza nemmeno tutta la certezza che sostiene i vivi nell'affermare che, sì, c'era una volta. Una favola con un inizio in minore, in assolvenza.
Una favola, intanto, sull'apparente irreversibilità dei destini individuali, del nascere in un posto invece di
un altro, casomai fianco fianco, a poca distanza, dove piccoli privilegi e fatiche, aspirazioni e condanne,
danno forma a domande e sguardi illusoriamente separati per solidificare il caso.

La preistoria o il dopo storia, se vogliamo, di un Lucky e di un Pozzo, còlti nel momento in cui la loro orbita non attraversa la forma e la condanna ad un dramma, ma il commiato e il compianto, una volte per tutte.
Una favola "rusticana", a cielo aperto, sotto una volta stellata, impastata delle voci, dei lamenti e dei suoni di uno scomparso altro ieri, relitti di una "terra del rimorso" emersi dalla biografia fisica degli attori e da due alberi fratelli, supersiti e malconci, piantati, come si usava, e talvolta s'usa ancora, nel giorno della nascita, memoria della "storia naturale" e del vociare della terra dei morti in cui si metteva, una volta, radici.
Alberi compagni di un cielo vuoto, rimessi in bello, gli uni e l'altro, nello spazio dello spettacolo, perché al commiato e al compianto degli "eroi" di questa favola rusticana, fossero riservati il tempo dell'ultimo ascolto e dell'ultima visione.  Stefano Geraci


c o m e u n g i a r d i n o d o p o u n u r a g a n o
c o m e c h i d o r m e u n s o n n o p r o f o n d o
c o m e i l n o s t r o c o r p o i n v i t a
c o m e i l n o s t r o c o r p o d o p o l a m o r t e
c o m e l a n a t u r a , s e m p r e
c o m e i l t u t t o , p e r s e m p r e
c o m e i l m i o p e n s i e r o n o n r i e s c e a f a r e

teatro san martino . via guglielmo oberdan, 25 . bologna